Spesso penso che la Nike, il grande colosso di articoli sportivi, dovrebbe fare causa al comune di Palermo o a noi cittadini stessi, residenti in questa splendida città in cui ci si vanta molte volte dell'acquisto di un immobile in determinate zone della città.
Oggi nessuna tecnica.Quando ci si avvicina al mondo della fotografia, c'è una cosa che si sente mancare anche se si scatta con grandi macchine e obiettivi: lo sviluppo.
In passato ma c'è chi lo fa ancora, si andava dal fotografo di fiducia con il tuo bel rullino da 24 o 36 pose ed attendevi il responso di quello che avevi fatto.
Io mi sono sempre chiesta cosa ci fosse dietro.
Negli anni '90 ricordo un negozio kodak sotto casa che aveva in vetrina il “macchinone” che sviluppava e stampava, dal lato più vicino a chi guardava da fuori c'erano le stampe che ad una ad una scendevano, tantissime volte mi sono fermata a guardare anche se quello che veniva prodotto non era mio.
Sono passati gli anni ed ho avuto la fortuna di incontrare qualcuno che ne sapesse davvero tanto in questo campo, legato alle pellicole in maniera viscerale come in potenza sono io.
L'ho visto chiudersi in camera oscura, io ancora non ce la faccio.
L'ho visto sviluppare.
L'ho visto fissare e anche stampare.
La prima volta l'ho guardato in silenzio, seduta su una sedia in mezzo ad una stanza come se fossi su un trespolo, avevo paura di disturbare o intralciare il lavoro, anche le mie gambe non toccavano il pavimento ed ero in uno strano silenzio, che di solito non mi appartiene.
Altre volte, più recenti, l'ho seguito sviluppare fin quando non mi ha chiesto lui di farlo.
Mi sono fatta coraggio ed ho detto si, era una cosa che avrei voluto fare da anni, decenni!
Così abbiamo cominciato, io facevo lui guardava.
Ho diluito il mitico Hc-110, grazie a delle tabelle che indicano la proporzione da seguire e da lì col timer e le tank siamo andati avanti. 
Davanti a me, Babinski che mi dava consigli ma che era anche capace di farmi tremare le mani.
Anche perchè stavo sviluppando le sue di foto.
Le mie erano, tristemente, dentro una scheda di memoria.
Fare ogni passo manualmente mi ha fatto capire molte cose che per me erano ancora celate in questo grande mistero che sotto certi aspetti continua ad essere la fotografia.
Alla fine del pomeriggio, ci vuole parecchio tempo, li abbiamo stesi, nella doccia, temendo di lasciare impronte digitali ma poi ho capito come prenderli.
Sono venuti molto bene!
Chi ha sete di conoscenza anche in questo ambito dovrebbe farlo.
Spero di farlo ancora .
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In una vecchia casa abbiamo trovato sotto un lenzuolo una collana di libri.
Sta per avere inizio lo scontro più atteso.
Sono stata l’ultima di tre figli, quando sono nata Alessandro aveva dieci anni e mia sorella Simona cinque, chissà che trauma deve essere stato per entrambi ritrovarsi questo tacchino da farcire a casa!
L’interazione con entrambi comunque è iniziata dopo un bel po’.
Loro crescevano e andavano incontro all’adolescenza io ancora ero col pannolino!
Mio fratello non mi calcolava proprio per l’altra credo di essere stata una specie di zavorra che veniva lanciata spesso nel vuoto!
Poi è arrivato anche per me il momento di crescere, con Simona ci siamo avvicinate anche perché abbiamo condiviso la stessa stanza per più di venti anni, con Ale l’ indifferenza regnava ancora sovrana, faceva quello che faccio io adesso, chiuso nella sua stanza a studiare o a sentire musica.
Quando si apriva uno spiraglio della porta era per lanciare gentilmente la nostra siamese fuori dalla camera.
Era normale che fosse ancora così tra di noi quando lui aveva venti anni, io ne avevo solo dieci!
Quale tipo di rapporto si sarebbe potuto creare? Ero una specie di potenziale koala attaccato alla sua gamba, altre funzioni non si erano ancora sviluppate.
E’ stato poi questione di qualche altro anno e finalmente anche con lui ci siamo trovati,come se tutti quegli anni di distanza sotto lo stesso tetto avessero fatto da cassa di risonanza del nostro affetto.
Questo legame tra noi tre fratelli lo riusciamo a sentire nonostante la distanza, che ormai da anni qui a Palermo mi ha fatto diventare “figlia unica”.
Ci cerchiamo sempre, siamo sempre in contatto, ci arriviamo a sentire mille volte al giorno in altrettanti modi diversi e se non arriviamo a sentirci ci pensiamo.
Dall’ altro lato ci sono io , con la mia vita di relazione.
Spesso mi trovo a cercere di fare capire cosa sia un rapporto di questo tipo a chi non ha avuto un fratello o una sorella con cui parlare,litigare, confrontarsi, pettinarsi, mangiare, uscire, scambiarsi i vestiti e soprattutto:
salutarsi per l’ennesima volta all’ aereoporto Falcone Borsellino.
A volte temo di sbagliare e di potere ferire chi non ha avuto questa fortuna perché gli parlo di sensazioni, di abitudini che mai potrà provare e mi ritrovo a fissare degli occhietti che non mi possono capire fino in fondo perché dentro di lui, giustamente, mancano certe cose.
Dentro di me spero di avergli dato comunque un buon esempio di quello che può essere nel suo immaginario la vita tra fratelli nati in Sicilia tra la fine degli ’60 e ’70 del secolo scorso, colpiti dal secondo flusso migratorio verso terre che offrono di più e purtroppo tolgono tanto.
Un bacino ad Ale e a Simo!
Del terremoto nella valle del Belice, per chi è venuto dopo ci sono solo i racconti dei genitori che già c'erano e che ricordano di avere sentito le scosse anche qui a Palermo.