In alcune foto che ancora conservo degli anni ’80 , la cabina telefonica gialla che c’era sotto casa mia , faceva parte dello sfondo, oggi la promuovo e la faccio diventare soggetto dell’immagine che ho dentro di me.
Aveva anche le porte, la cornetta sopra gialla e camminando lungo corso calatafimi non era raro incontrare le sue sorelle.
Dentro di lei costudiva il telefono grigio enorme o forse io lo ricordo grande, visto che ero piccola.
Era un altro di quegli oggetti che odorava di indipendenza e che ha avuto sempre il suo fascino, soprattutto quando ancora le cabine telefoniche si chiudevano quasi ermeticamente, riuscendo ad di isolarti in un mondo in cui i suoni del traffico erano attutiti da quelle porte che un po’ facevano resistenza ma che alla fine ti accoglievano dentro di esse.
Quante volte ci sono entrata con le mie amiche, quando da piccole le usavamo per chiamare casa, con i gettoni telefoni, che si usavano anche per pagare, valevano duecento lire!
Io sono ancora qui ma lei si è trasformata, prima in rossa, poi in trasparente e adesso non esiste più, ormai ci sono i cellulari e le cabine telefoniche sono sparite come tante altre cose e persone, purtroppo, che vanno via, lasciando i nostri rami spezzati, per sempre.
Questa instabilità che stiamo, tutti ,affrontando è forse data dall'essere nati in un secolo che si è chiuso e ci ha lasciato sull'orlo del precipizio della nostra coscienza portandoci in un futuro che non eravamo pronti ad affrontare?
Riesco a sentirmi isolata e afona in un mondo pieno di persone, che apparentemente ascolta.
Se il nostro pianeta facesse una rivoluzione maggiore intorno al sole, avremmo più tempo per riflettere e per invecchiare, invece di vedere la nostra vita correre via come dei granelli di sabbia tra le mani?
Oggi ne ho visto una, che solo a Palermo puoi vedere!
Forse si tratta di matematica spicciola o di educazione dello stesso livello ma qui a Palermo diventa complicato anche seguire una lezione di hydrobike.
Sono passati sei lunghi mesi, è finita sia la primavera, che l' estate ed è iniziato l'autunno portandoci alla famigerata data in cui la mostra fotografica di Vittorio sarebbe stata inaugurata.
Siamo già oltre, le due settimane a noi concesse si sono concluse, volate via come ogni cosa bella della vita che lascia comunque dei bei ricordi, ad esempio la scelta fondamentale dei negativi da proporre e da realizzare su carta.
Nel mio piccolo, ho provato a dare la mia opinione, sia tecnica che da puro e semplice osservatore, lasciandomi influenzare solo dalle sensazioni che ogni negativo guardato attraverso il lupe riusciva a darmi.
In camera oscura ho fatto i capricci non perché non mi andasse di partecipare ma per il non avere un ruolo pratico, aggiungo giustamente, spesso mi trovavo dall' altra parte della parete ad aspettare che la stampa si impressionasse per una prima volta, una seconda, fino alla versione definitiva.
Ho guardato Vittorio alzare il sopracciglio tante volte e camminare con le fotografie tra la pinza e la bacinella per andare verso la lavatrice in un equilibrismo quasi perfetto.
Ho visto le stampe asciugarsi ed arricciarsi per poi stendersi sotto una pila di libri di anestesia come se il contenuto delle loro pagine riuscisse a placare quelle increspature della carta che anche io posseggo, non solo nei capelli.
A fine Settembre è giunto il momento di separarsi da quelle trentasette immagini.
Il 24 Ottobre le abbiamo viste fiere e ormai grandi, mettersi in mostra rappresentando tutta la passione che il loro padre gli ha trasmesso.